Racconti a singhiozzo: Malta a febbraio – Prima parte

Racconti a singhiozzo: Malta a febbraio – Prima parte

Sono stata a Malta per (quella che mi piace considerare) la prima volta qualche giorno fa, a cavallo fra la fine di una settimana di febbraio e l’inizio di quella seguente. Malta a febbraio, a detta di molti, il periodo peggiore.

Ma il fatto è che per me spesso il periodo migliore per visitare un posto viene surclassato dal periodo giusto in cui io devo andare da qualche parte e quindi, poi prendo quello che viene. Compresi i vari “Che cavolo ci sei andata a fare a Malta a febbraio?”

A questo proposito vorrei dire due cose: la prima è che la stessa domanda me l’hanno fatta più o meno tutti, sostituendo soltando la parola “cavolo” in base al loro livello di francese; la seconda è che devo ancora capire perché se d’inverno vado dove fa ancora più freddo ha senso per tutti, se migro verso temperature più piacevoli, anche se non sono 30 gradi, sono una pazza.

E allora che ci sono andata a fare a Malta a febbraio?

Un caz.

Come potete notare, il mio livello di francese di cui sopra, è quasi da madrelingua.

In balia di risposte che dovevano arrivare e non arrivavano, di risposte che non aspettavo ma che sono arrivate ed era meglio se non arrivavano, di nostalgie più o meno comuni e con la voglia di staccare la faccia dal computer per qualche giorno, ho deciso che era il momento di prendersi una pausa.

Ho controllato i voli disponibili dal piccolo aeroporto più vicino. Le possibilità non erano poi molte, ma per una volta volevo farla semplice.

Malta, Gozo e Comino viste dall’alto.

L’idea era di concedermi qualche giorno di relax, in solitudine, la realtà è che la voglia di esplorare era così forte che ogni sera tornavo in camera distrutta. Però in un certo senso è stato rilassante, ad ognuno il suo.

Il mio viaggio è cominciato la mattina, quando ho preso un autobus per recarmi nella città più vicina, in cui avrei preso un treno per la città in cui si trova l’aeroporto, a cui sarei arrivata tramite un altro autobus.

Si, questo è l’aeroporto più vicino a casa mia.

Fra il primo autobus e il treno, c’era il tempo sufficiente per concedermi una colazione al bar. Lo stesso frequentato molte mattine da liceale e che regala quasi ogni volta grandi emozioni. Intenta a ordinare il mio cappuccino e cornetto, non immaginavo che un po’ di quelle grandi emozioni stavano per fare il loro ingresso anche quella mattina.

Lascio 5 euro alla barista, prendo i due piattini, mi giro per dirigermi verso un tavolino. Accanto a me un eccentrico quarantenne osserva dei volantini sul bancone. “Guarda, qui per San Valentino le coppie hanno il 30% di sconto!”

Mentre cammino con i piattini in mano “Mi sa che la signorina non ha capito!”.

Ah, non parlava con la barista.

Torno al bancone per prendere il mio resto. “Allora, vogliamo andare a San Valentino qui insieme, che ci fanno anche lo sconto?”

In treno, aggiungo alla mia playlist su Spotify I’m gonna be (500 miles) dei The Procalimers e mi ritrovo per caso a ridere da sola.

Potete capire perché ridevo, solo se conoscete questi due.

Una volta sistematami in albergo, l’idea era di fare un giro nei dintorni di St. Julian e poi andare a cena nel posto che mi ha suggerito un mio amico maltese. Ma poi l’idea di un bagno caldo con un bicchiere di vino e musica rilassante ha prevalso.

[Lo so che sono ecologista e che soprattutto qui, avete letto che bisogna sempre preferire la doccia al bagno in vasca. Ma io l’ho preferita senza alcuna eccezione ininterrottamente per circa 11 anni, concedetemelo. ]

Succede, però, che il cavatappi fornito dall’hotel, o la mia scarsa forza nelle braccia, o semplicemente la nuvola di Fantozzi che ogni tanto mi perseguita, hanno fatto sì che quel bicchiere di vino nella vasca me lo potevo anche scordare. Quel dannato pezzo di sughero non voleva saperne di venire su e tantomeno lasciava sperare di andare giù. Era completamente pressurizzato nel collo della bottiglia, lasciandomi sola con un enorme dilemma: abbandono questa bottiglia sul tavolo a guardarmi e giudicarmi ogni mattina in cui lascio la stanza e ogni sera quando ritorno o faccio un insieme di figuracce e scendo al bar dell’hotel chiedendo al barista di farmela aprire?

Io sono contro tutti gli sprechi, quindi infilo la bottiglia in una busta di stoffa, come i peggiori personaggi loschi dei film americani che trasportano alcool e altre sostanze poco ortodosse nelle buste di carta del pane, e prendo l’ascensore per scendere al piano 0, che era anche il livello della mia dignità in quel momento.

Lo sapevate che anche a Malta ci sono le iconiche cabine del telefono rosse?

Medina è una città silenziosa. L’avevo letto in molti blog che parlavano di Malta, ma non riuscivo a immaginarlo fino in fondo, fino a che non ci ho messo piede. D’altronde come si fa a esprimere a parole il silenzio?

Fra le questioni che si pongono a chi viaggia da solo, c’è la roba delle foto. O fai foto in cui non ci sei tu, o ti affidi alle capacità dei passanti, che molto spesso e con tutta la loro buona volontà, non ottengono i risultati che tu speravi.

Ci proviamo con treppiedi, fotocamera e autoscatto? Prima risposta: no, che vergogna. Risposta dopo qualche secondo di riflessione: ieri sei scesa con un vino del supermercato in una busta di stoffa verde al bar di un hotel che ha la spa. Puoi farlo.

E allora adocchio due cannoni, e con la mania che ho di farmi foto stupide con statue e simili, sistemo la fotocamera, aziono l’autoscatto, corro dietro ai cannoni. In quel momento tre ragazzine stanno per intercettare quell’invisibile linea retta tra me e l’obiettivo. Due di loro notano la macchinetta e si fermano di colpo. La terza non la nota e continua a camminare. Le altre due la richiamano, ma lei si gira facendo un ghigno che può essere universalmente tradotto con “lo so, ma lo faccio apposta”.


La mia faccia non è delle migliori, ma tesoro, tu non ci sei, tiè.

Ci sono tante cose che vorrei dire sui social, su quello che creano e quello che distruggono, sulla percezione che abbiamo della loro necessità, su quello che si realizza quando non se ne sente la mancanza. Quello che mi ha detto Malta è che spesso sono diffidente, ma altre volte no, e che quelle volte in cui non lo sono dovrebbero diventare molte di più perché ho incontrato una ragazza che si chiama Giorgia, con cui avevo avuto degli scambi su Instagram negli ultimi due mesi, e che invece di accettare un semplice caffè per conoscerci di persona, ha preso la macchina e mi ha portato in giro per Malta. Grazie a lei ho conosciuto posti che mi sarei certamente persa.

Salgo sull’autobus che da Mellieha mi riporta a St. Julian, c’è un solo posto a sedere libero. “Posso?” Il ragazzo a cui mi rivolgo non mi guarda nemmeno e gira la faccia. Faccio spallucce e mi siedo.

Lui nel frattempo si chiude quasi in posizione fetale: non guarda nessuno, nemmeno fuori dal finestrino. Indossa una giacca a vento con un cappuccio di quelli che si stringono con una cordicella. Mi sento quasi di invadere il suo spazio, di avergli fatto un torto a sedermi lì.

Non si è mosso per 10 minuti, sguardo fisso a terra, piegato in avanti, con la testa appoggiata alla parete sinistra dell’autobus. Capisco che stiamo arrivando alla sua fermata perché lui non mi chiede di passare per scendere, ma fa uno scatto improvviso mettendosi seduto per bene, lanciando un veloce sguardo al finestrino e uno alla porta. Mi alzo, lui suona il bottone con la scritta “stop”. Non incrocia il mio sguardo mentre mi passa davanti, non incrocia quello di nessun altro, scende e io lo osservo dal finestrino mentre stringe la cordicella del cappuccio fino a quasi nascondersi tutta la faccia. Sul viso la stessa espressione immobile e vuota di quando sono salita.

Dentro di me gli chiedo scusa.

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